Un tuffo in un altro mondo, anzi in un altro corpo, più forte e potente del nostro. Il film che cambierà non tanto il modo di fare cinema quanto il modo con cui siamo abituati a pensare alla settima arte, questo strano ibrido di tecnologia e immaginazione nato ormai due secoli fa. Un’avventura che ricapitola cento altre avventure e insieme le prolunga, le espande, le travasa nel presente. Proiettando il mito fondatore del Nuovo Mondo, la Conquista, verso un’era della quale iniziamo appena a intravedere i contorni. Non perché ci porti su un remoto pianeta ma perché trasforma noi stessi, gli umani, in qualcosa di mai visto. E lo fa con mezzi a loro volta rivoluzionari.

Se ogni grande regista è un visionario che attraverso il cinema ridisegna il nostro immaginario, James Cameron è il primo a tradurre la grande mutazione di questi anni in una forma tanto grandiosa quanto coerente. Difficile farsi un’idea completa di Avatar avendone visto solo 30 minuti su 160. Ma le dieci scene in 3D presentate al “Noir in Festival” in contemporanea con l’anteprima londinese, narrativamente più articolate e tecnicamente più rifinite dei 20 minuti d’assaggio visti a luglio, lasciano intuire con chiarezza la sostanza del film. Anche se per conoscere tutti i dettagli dovremo aspettare l’uscita italiana del 15 gennaio 2010.

Sappiamo già che il protagonista è un ex-marine paralizzato spedito sull’inabitabile pianeta Pandora e qui “trapiantato” nel corpo di un Na’vi, un alieno alto tre metri con pelle bluastra, occhi gialli, orecchie semoventi, perché familiarizzi con questo habitat ostile. Lo abbiamo visto “nascere” sotto gli occhi attenti e insieme terrorizzati dell’equipe scientifica che ha dato vita a questo ibrido umano/alieno, bis-bis-bisnipote del mostro di Frankenstein, ma infinitamente più potente, intelligente (e sensibile) della prima creatura nata in laboratorio.

Poi lo abbiamo visto affrontare la flora e la fauna di Pandora, lussureggianti ma anche mortalmente aggressive, spalleggiato quasi suo malgrado da una bellissima guerriera Na’vi che presto - le espressioni degli attori ridisegnati in 3D non lasciano dubbi - si scoprirà un debole per lui. E qui è esplicito il richiamo all’amore impossibile di Pocahontas e del capitano Smith, la principessa indiana e il colono inglese raccontati l’ultima volta da Terrence Malick nel bellissimo The New World. Anche perché la sequenza finale, fra quelle presentate al Noir, vede il pianeta Pandora e i suoi abitanti così simili a pellerossa, anche nel rapporto con la Natura e gli animali, messo a ferro e fuoco da un attacco di mezzi militari futuribili ma inequivocabilmente terrestri.

L’ex-marine rinato come Na’vi dovrà affrontare insomma scelte laceranti. Anche perché il suo nuovo corpo è fatto per entrare in contatto, vien quasi da dire in comunione, con tutte le creature di Pandora. A partire da quegli enormi cavalli a sei zampe, che doma saltandogli in groppa come un Cheyenne ma possiede veramente solo connettendosi al loro sistema nervoso attraverso le terminazioni ospitate dalla sua lunga treccia, sorta di “cavo” biologico che permette al Na’vi di interfacciarsi con quelle bestie selvagge fino a diventare una cosa sola. È questa infinita capacità di mutazione (di implementazione fisica e mentale), il vero salto di qualità del film. È la nostalgia, se così si può dire, per un futuro sempre più prossimo, il sentimento che Cameron coglie, da vero visionario, con una forza e una nettezza mai viste prima.


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